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TAMassociati

Intelligenze condivise

BIOGRAFIA

TAMassociati è un team di architetti e designer, le cui soluzioni progettuali in tutto il mondo mirano a migliorare la qualità dei luoghi, rafforzare le comunità e fornire risposte creative ai cambiamenti climatici: combinando l’alta qualità dei risultati all’economia delle soluzioni. L’etica progettuale di TAM può essere quindi riassunta nell’idea di generare Impatto positivo sui contesti fisici e sociali attraverso il design. A livello internazionale, TAMassociati promuove un’architettura sostenibile e socialmente equa. Numerosi i premi e i riconoscimenti: nel 2013 ha ottenuto il premio Aga Khan per l’architettura per l’eccellenza rappresentata dal Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan, il premio internazionale Ius-Capocchin per la realizzazione dell’ospedale pediatrico più sostenibile al mondo (Port Sudan) e il Curry Stone Design Prize per l’insieme della sostenibilità (sociale e ambientale) dei recenti progetti realizzati nel mondo. Nel 2014 ha vinto lo Zumtobel Group Award per l’innovazione e la sostenibilità rappresentate dall’ospedale pediatrico realizzato in Sudan (Port Sudan). È Architetto Italiano dell’anno 2014 “per la capacità di valorizzare la dimensione etica della professione”. È stato team curatoriale del Padiglione Italia alla 15. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia 2016, incarico ricevuto dal Mibact (Ministero dei Beni Culturali). TAMassociati ha esposto i propri lavori in numerose mostre ed eventi internazionali, tra cui Architecture is Life presso Aga Khan University di Karachi, Pakistan, 2014; Five Projects for a Sustainable World, Cité de l’Architecture et du Patrimoine, Parigi, 2014; AFRITECTURE – Building Social Change presso la Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera, 2013; Triennale di Architettura di Milano, 2012; Mostre Internazionali di Architettura della Biennale di Venezia, edizioni 2012 e 2010. Attualmente TAMassociati è impegnato in Uganda, Camerun, Kenya, Yemen, Qatar, Libano, Svizzera e Italia; ha base a Venezia, Bologna, Trieste.

Intelligenze Condivise

Funzione dell’architettura è interpretare la realtà e dare risposta ai bisogni. Compito dell’arte appare invece essere quello di scardinare l’impassibile corso degli eventi, cogliere gli stimoli provenienti da contesti fisici e sociali non ancora formalizzati e prefigurare il futuro. Nel 2019, un tempo vicino ma che tuttavia sembra già essere lontano, Tessa Maria Guazon, curatrice del Padiglione delle Filippine alla Biennale di Venezia, raccontava così il concept della propria
esposizione intitolata Shared vulnerabilities – Vulnerabilità condivise: Siamo tenuti a galla dall’apparente dissoluzione dei confini, dalla velocità senza precedenti del tempo, e da una mobilità spaziale mai sperimentata prima d’ora. Eppure affrontiamo senza sosta le minacce dello sradicamento, della discriminazione e dei disastri. La natura è il nostro grande livellatore; e ancora, nel fare riferimento a un mondo oggi sempre più interconnesso, richiamava a riflettere sulle parole di Denis Cosgrove (2001) quando questi parla di: un globalismo oceanico… una interrelazione e una vulnerabilità condivise. Queste parole sono oggi superate dagli eventi presenti, ma risultano al contempo straordinariamente attuali. Il mondo occidentale sperimenta uno stato di precarietà che rappresenta il vissuto quotidiano di larga parte delle popolazioni del sud globale. Povertà, incertezza, assenza di diritti, precarietà economica e sanitaria, crisi climatica e cambiamenti ambientali che sino ad ora condizionavano principalmente le esistenze della maggioranza delle persone nel sud del mondo ora sono realtà tangibili anche nell’altra parte del mondo. L’incrollabile fiducia nelle sorti progressive del modello occidentale di sviluppo ha lasciato posto all’incertezza del futuro, alla paura, alla presa di coscienza della nostra condizione di vulnerabilità. La condivisione di prospettive diventa quindi condizione di partenza per immaginare un necessario e futuro indissolubilmente interconnesso tra tutte le parti in gioco. Il fronte è comune: ciò che facciamo, come responsabili costruttori di futuro, riguarda nella globalità tutti i luoghi dell’abitare. Oggi dunque è inevitabile ripartire dal grado zero per immaginare la scrittura di questo futuro condiviso. Di quale grammatica dovremo servirci per riscriverlo? Le vulnerabilità e le necessità condivise ci dicono che dovremo ripartire dai fondamentali: dalla semplicità, dalla misura, dall’economia dei gesti e dell’uso della materia, dalla ridistribuzione delle risorse materiali e intellettuali e da qui percorrere le vie della ricerca scientifica e dell’innovazione, quali strumenti irrinunciabili per il conseguimento dell’obiettivo. In un quadro complessivo così delineato emerge quindi con forza la necessità di riconsiderare i luoghi dell’abitare del nostro prossimo futuro come opere collettive capaci di accogliere le comunità e generare beni comuni al loro servizio, cercando di superare il concetto di un bene relativo, che cesserebbe di esistere in mancanza degli irrinunciabili beni comuni (acqua, territorio, economia). Il processo d’ideazione e realizzazione del progetto, che sia di architettura, urban o landscape design, non può che essere quindi strutturato in modo tale da coinvolgere progettisti, istituzioni e utenti nella costruzione di una visione complessa capace di trascendere la mera utilità o estetica dell’oggetto, come risposta alle necessità impellenti espresse dai luoghi fisici e sociali con cui siamo chiamati a misurarci. Le sfide che il futuro ci pone innanzi affinché il nostro mondo possa continuare a essere un luogo in cui la stessa vita umana sia ancora sostenibile richiedono un approccio che ponga al centro la questione della complessità e della multidisciplinarità. Si tratta di fare ricorso, e mettere in rete, competenze e intelligenze diverse e complementari per dare una risposta alla condizione di complessità che viviamo. Si tratta in altre parole di porsi al di fuori degli steccati disciplinari e riconoscere un processo in corso che coinvolge diverse competenze ma soprattutto diverse intelligenze da incrociare e mettere in rete. Molte sono le definizioni stesse che si possono dare alle intelligenze che riteniamo necessarie per progettare quindi il futuro. Volendo trovare un minimo comune denominatore lo abbiamo riconosciuto nella dimensione della condivisione. Condividere intelligenze significa dare un contributo a quell’approccio sistemico che riteniamo inevitabilmente necessario. Abbiamo quindi voluto invitare persone diverse per genere, cultura, ambito professionale e di ricerca per dare un contributo alla domanda: come potremo adattarci all’ambiente in fase drastica di cambiamento? Questa rivista, nel suo formarsi e costruirsi a partire dal coinvolgimento pensante di sensori multidisciplinari che la compongono, rappresenta in definitiva un prodotto di intelligenza condivisa e estesa e al tempo stesso un processo aperto volto a definire nuovi concetti di abitare il pianeta.

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